AntropologiaArcheologia / ArteBiotechChimicaDirittoEconomiaFilologiaFilosofiaFisica e AstronomiaInformaticaIngegneria / ArchitetturaLatinoLetteraturaLinguisticaManagementMatematicaMusicologiaPedagogiaPsicologiaScienze agrarieScienze ambientaliScienze biologicheScienze del farmacoScienze della TerraScienze e tecnologie alimentariScienze medicheScienze naturaliScienze politicheSociologiaStoriaStoria del cinema

San Cristoforo, viaggio nel quartiere oltre lo stereotipo

Il gruppo di lavoro del Centro di Storia e Analisi del Territorio e il Laboratorio multimediale la M.u.s.a. della Facoltà di Lettere e Filosofia propongono un'altra faccia di San Cristoforo, oltre lo stereotipo del quartiere marginale.


San Cristoforo quartiere ghetto, terra di conquista per i clan di Cosa Nostra, serbatoio di bassa manovalanza per la criminalità. In parte vero, ma riduttivo. Con questa premessa gli studenti dell'ex facoltà di Lettere e Filosofia che hanno partecipato al laboratorio multimediale della M.u.s.a., hanno provato a ricostruire il volto dell'altro quartiere. Quello della gente onesta, dei lavoratori, degli artigiani, delle associazioni. Lo hanno fatto partendo dalla storia di San Cristoforo per arrivare ai recenti progetti di riqualificazione. Grazie alle testimonianze di tecnici, docenti e residenti. Una delle guide per questo tour tra le strade e i volti del quartiere è stato Giuseppe Dato, ex preside della facoltà di Architettura dell'Università di Catania. E' lui che racconta le origini, quando, "dopo la colata del 1669 e il terremoto del 1693, il vescovo di Catania cede questi terreni destinati alla popolazione non benestante". Un inizio testimoniato oggi dalla regolarità delle strade, perpendicolari alla via Plebiscito.

"Ma tra 800 e 900 su pressione della borghesia, il quartiere finisce per ospitare non solo il popolo", spiega lo storico Giuseppe Giarrizzo. Convivono quindi ceti popolari e borghesi, case terrane interrotte da palazzotti borghesi, piccole fabbriche, laboratori artigiani, officine. E anche botteghe d'arte, come quella del pittore Gaetano Calogero. "I cortili - spiega Dato - diventano luoghi in cui si svolgono funzioni di prolungamento delle attività domestiche".

Il tour nel tempo e nello spazio continua nel laboratorio di Lorenzo Salamone, scultore del legno e testimone storico dell'evoluzione del quartiere. "A sette anni passavo mezza giornata a scuola e mezza in bottega. Oggi ne ho 57 e continuo a fare questo lavoro, ma dopo la mia generazione ho paura che scomparirà", racconta, ricordando il suo periodo di apprendistato e denunciando l'impossibilità di replicare quel tipo di formazione. "Oggi un ragazzo a bottega non si può tenere, mi denuncerebbero per sfruttamento del lavoro minorile. Ma serve tempo per imparare e a 20 è già tardi", sottolinea. Serve l'intervento delle istituzioni per salvare tanti mestieri che qui a San Cristoforo hanno trovato per tanti anni terreno fertile. "Rimaniamo in pochi, ma se l'amministrazione me lo chiedesse, dedicherei qualche ora del mio tempo per insegnare. Così non c'è ricambio, non ci saranno più queste botteghe ed è un peccato", commenta amaro.

Nel decennio scorso, l'amministrazione comunale lancia il Programma integrato di intervento per San Cristoforo Sud. "La riqualificazione deve avvenire mediante l'inserimento di una pluralità di funzioni: nuova residenza, riqualificazione del tessuto esistente, inserimento di servizi e spazi comuni, pedonali, piazze e verde", spiega Rosanna Pelleriti, responsabile del progetto.

Ma la riqualificazione sociale e strutturale è un processo lungo in quartiere di 18mila abitanti dove quattro famiglie su dieci vivono in povertà. "Il 90 per cento dei residenti sono lavoratori onesti che vogliono il cambiamento attraverso lavoro, diritti e turismo", spiega Giovanni Caruso, storico attivista del Gapa. Gli stereotipi sono duri a venire meno, come racconta un residente: "Quando dico che abito in via Belfiore o al Tondicello della playa, mi rifiutano il lavoro e per i carabinieri siamo solo spacciatori. Non si può fare di tutta l'erba un fascio. Vorrei andarmene da qui: non ci sono scuole, nè una piazza pulita, nessuna possibilità per i bambini". "Non sono luoghi da conservare perché folclosristici ma da riusare perché non serve dire che il passato è bello perché è passato", conclude il professore Dato.