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Una passione governata dalla ragione

In occasione della mostra "Corpi di donne" dedicata dall'associazione Ingresso Libero e dalla Fondazione Lamberto Puggelli a Maria Leonardi Pennisi, riportiamo uno scritto del compositore Francesco Pennisi, cugino della pittrice, pubblicato nel catalogo delle sue opere edito da Bonanno nel 1997


È visitabile fino al 15 febbraio, al Teatro Machiavelli di Piazza Università 16, la mostra "Corpi di donne" che l'associazione Ingresso Libero e la Fondazione Lamberto Puggelli hanno voluto dedicare a Maria Leonardi Pennisi. 

Con l'occasione, riportiamo qui di seguito uno scritto del compositore Francesco Pennisi, cugino della pittrice, pubblicato nel catalogo delle opere edito da Bonanno nel 1997. La mostra resterà aperta tutti i giorni dalle 11 alle 14 e dalle 17 alle 21.


di Francesco Pennisi [1]

Francesco Mancini, il pittore di Acireale vissuto tra Ottocento e Novecento e che per apprendistato o per inclinazione d'occhio e di pennello può considerarsi un bell'epigono della scuola di Posillipo, dipinse tra quiete scene pastorali, paesaggi, bei ritratti e grandi affreschi di soggetto religioso, un grande quadro polemico intitolato "La Politica e l'Agricoltura". In esso una giovane donna senza veli – l'Agricoltura – nasconde il volto (si direbbe derelitta e piangente) appoggiandolo sul grande e paludato petto della Politica, che è una figura ben più alta e grande la cui testa è addirittura oltre la tela, dunque non visibile, non dipinta: semplicemente non c'è. Oggi, accingendomi a scrivere dell'opera di Maria Leonardi Pennsi, mi è apparso all'improvviso il ricordo di quel quadro e di quel pittore quasi dimenticato fuori dalle mura di Aci, perché è certo dalle lezioni di Francesco Mancini e poi dai contatti di studio con Giulio D'Angelo che comincia l'avventura artistica di questa pittrice singolare; ma anche perché, tra i vari soggetti dipinti da Maria, dopo scorci di paesaggi etnei dal delicato acquarello – meglio ancora, dopo alcune vedute d'interni della sua casa d'allora, interni dalla luce silente che sarebbero piaciuti a Mario Praz – Maria dipinse (ne sono più che certo: senza conoscere "La Politica e l'Agricoltura" di Mancini) un quadro con figure di donne la cui testa era rimasta fuori dalla tela. E non certo per dire delle donne ciò che il suo antico Maestro intendeva dire della politica, ma – lei racconta – semplicemente perché così le piacque di fare, e perché il vero soggetto, il vero "gioco" di quel quadro evocante le sue anziane zie che aveva ricevuto quel giorno in visita per il the era nell'intrecciarsi le loro mani in un ritmo insolito, e le teste potevano (anzi dovevano) non esserci.

Questo piacere dell'idea visiva colta d'istinto è certamente una delle chiavi di lettura del suo lavoro: una irrefrenabile ispirazione. Così, spesso, a muovere il suo pensiero e il suo pennello sono particolari che altri riterrebbero secondari: forse un punto dal colore acceso fra i grigi, forse un taglio compositivo dettato da una visione rapida e casuale certo mai convenzionale. Insomma il "suggerimento" non verrà mai dal modello "apparecchiato" in studio, piuttosto da un rapido fissarsi nella mente fotografica della suggestione entusiasmante e non da un soggetto definito e completo che si possa osservare, studiare. Ma non deve credersi che questa velocità di immaginazione dell'opera debba o possa tradursi in una rapidità d'esecuzione. Chiunque pratichi una disciplina artistica (se il gesto, il caso, l'alea non sono elementi strutturali per la realizzazione) sa che dipingere o scriver musica significa elaborare un'idea, confrontarla con un pensiero più complesso o – se non altro – con le necessità di una tecnica che esige il suo tempo.

Tra le tecniche adottate da Maria, oltre a quella dei colori acrilici usati sulla masonite dove diluiti si sgranano in perlacee velature, una tecnica che sommamente padroneggia è quella della xilografia con la quale trasferisce sul foglio immacolato l'intaglio netto, sapiente e sicuro in superfici di nero compatto e nel bianco puro dei vuoti sul quale a volte interviene con brevi riferimenti cromatici a impreziosire l'opera. Le sue più severe xilografie richiamano alla memoria la ripresa tardo-ottocentesca di questa tecnica già cara Dürer, dove i grandi intrichi del pieno, cioè del nero, evocano per esempio certi paesaggi xilografati da Félix Vallotton e, nelle dimensioni più ampie che le sono care, emanano spesso una forza indiscutibile. E quindi mi preme ricordare come Maria Leonardi Pennisi non nasce pittrice per caso o in un contesto sordo (o cieco...) alle istanze dell'arte o al fare arte. Devo ricordare cioè come suo padre, Giuseppe Pennisi, nel segno di un alto dilettantismo fu paesaggista en plein air assai più che dignitoso, e come suo fratello Martino fu noto acquarellista essenziale, nei cui fogli oltre alla tecnica era la misura a garantire la rara qualità. Devo ricordarlo per dire anche che, se in questo speciale contesto familiare un raffronto ha senso di essere fatto, paradossalmente nel cenacolo familiare una pittura che può dirsi virile (non facendone naturalmente indice qualitativo ma semplicemente "espressivo") è quella di Maria. La tensione creativa sottolineata anche dalle tecniche usate, sembra pulsare oltremodo: non c'è pacificaizione nelle sue opere, né sentimentalismo (come qualcuno potrebbe aspettarsi dall'arte di una donna), c'è contrasto, c'è determinazione, c'è tensione: cose che non dobbiamo confondere con l'aggressività, semmai con la febbre del fare, una febbre sana. La sua casa liberty che non è più ai margini della città, se si ha il piacere di visitarla bisogna vederla fino all'alta soffitta-studio: un itinerario certo affascinante dove le sue opere alle pareti danno l'impressione di un vortice ascendente, una passione governata dalla ragione, vortice che approda (per dirlo con Lucio Piccolo) dove

a la tarda ora

solo guarda l'alto abbaino

la stella polare. [2]

Roma, 20 dicembre 1996


[1] Il testo del grande musicista, cugino della pittrice e finissimo pittore, fu pubblicato nel catalogo Maria Leonardi Pennisi, Opere 1947-1997, Bonanno Editore, 1997.

[2] Sono i versi finali della poesia L'Anima e i prestigi. Proprio musicando quel testo di Lucio Piccolo, Franceso Pennisi aveva esordito nel 1962 con una composizione dal medesimo titolo per contralto, 3 tromboni e 2 percussionisti.