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Renato Lombardo: «Fringe Festival, Catania città ideale»

di Angelamaria Blanco, Oceania Grasso, Gaetano Gigante, Elisabetta Maria Teresa Santonocito e Rita Re

Intervista al direttore artistico del “Catania Off Fringe Festival”, a cura di Angelamaria Blanco, Oceania Grasso, Gaetano Gigante, Rita Re ed Elisabetta Maria Teresa Santonocito


Dal 10 al 30 ottobre Catania ha ospitato per la prima volta il Fringe Festival, il festival internazionale del teatro Off e delle arti performative. L’evento è nato dalla volontà di Renato Lombardo e Francesca Vitale, che ne hanno curato la direzione artistica e organizzativa, e con i suoi 54 spettacoli di altrettante compagnie nazionali e internazionali ha rappresentato un’occasione di incontro feconda e inedita tra la città etnea e la scena contemporanea del teatro Off.

Alla luce del grande successo di pubblico ottenuto dalla manifestazione, e dei suoi sviluppi futuri, abbiamo incontrato il direttore artistico Renato Lombardo per cogliere direttamente dalle sue parole la vocazione espressiva, le modalità organizzative e gli effetti culturali della prima edizione del Catania Fringe Festival.

Com’è nata l’idea di portare il Fringe Festival a Catania e quali obiettivi vi eravate preposti?

«Io mi sono sempre occupato di jazz e dagli anni Ottanta ho portato a Catania quest’arte per introdurre una forma musicale che all’epoca istigava alla critica, all’incrocio di culture e di suoni che riportano a un immaginario comune ma introducono idee nuove. Dopo trentacinque anni di jazz sono tornato al mio passato, al mio background, perché mio padre ha un teatro e perché già nei primi anni Duemila ero stato al Festival di Avignone, dove avevo iniziato a conoscere il mondo del teatro indipendente, che mi era sembrato una novità rispetto al jazz per avere un approccio più diretto con la società. 

Il teatro ha sempre avuto una funzione sociale e questa forma di teatro Off, che ho scoperto ad Avignone e poi a Edimburgo, mi è sembrata ideale per ovviare a una mia stanchezza nel propormi come direzione artistica.

Per dieci anni ho studiato questo modello che si basa prima di tutto sull’idea di libertà, perché è un teatro indipendente, non collegato a nessun circuito istituzionale, e i festival funzionano come vetrine per gli artisti. È un ‘mercato dell’arte’ meritocratico e contemporaneo, perché quasi tutte le opere sono scritte direttamente da chi le porta in scena, quindi nascono sempre da una necessità, dal voler esprimere un’idea forte e portarla sul palco investendo i propri soldi. 

Tutti questi elementi mi sono sembrati esplosivi, in un contesto italiano basato invece sulla produzione istituzionale dei teatri stabili. Ecco allora l’idea di portare il modello del Fringe in Italia, il che ovviamente non era facile, perché cambiavano le dinamiche distributive, il mercato. Per questa ragione ho iniziato a Milano, dove sono riuscito a imporre il progetto come marketing territoriale quando si inaugurò il quartiere Isola nel 2016. Nel 2019 partecipò al festival Manlio Messina, assessore regionale al Turismo della Regione Sicilia, e mi disse di portarlo assolutamente nella nostra isola.

È stato dopo la pandemia che siamo riusciti a lavorare affinché arrivasse a Catania, dove è arrivato grazie al bando indetto dal Ministero per le aree metropolitane, che è stato fatto sia a Milano che a Catania, e noi abbiamo vinto entrambi i bandi.

La dicitura del progetto è “Catania Off Fringe Festival”: "Off" perché il modello francese si chiama così, mentre quello internazionale si chiama soltanto "Fringe" (esiste infatti la World Fringe Community con più di 400 Fringe nel mondo), ma io ho studiato il modello francese dunque omaggio sempre questo, che è l’unico a chiamarsi in questo modo.

Lo abbiamo presentato come “Progetto artistico-culturale di marketing territoriale per l’incremento della F.I.L., la Felicità Interna Lorda”, la cui finalità è fare emergere un nuovo tessuto artistico-culturale indipendente che non ha sbocco in questo momento, soprattutto dopo la pandemia. Altri obiettivi sono attivare meccanismi economici di marketing territoriale e turismo, e ‘risvegliare’ la società su tematiche importanti come i femminicidi, la mafia, le relazioni genitori-figli, il rapporto con l’aldilà: tutti quei temi che sono stati sviluppati nei 54 spettacoli dell’edizione catanese.

Il parametro F.I.L., nato nello stato del Bhutan e ormai internazionalmente riconosciuto, indica una felicità sganciata dall’economia, una felicità che sta nella condivisione. Quindi l’obiettivo principale del Fringe Festival è quello di attivare un risveglio sociale per far sì che la gente prenda coscienza che bisogna avere una F.I.L., una felicità interna lorda».

Nel portare il modello del Fringe Festival a Catania avete incontrato resistenze, di carattere istituzionale o di altro tipo?

«No, resistenze vere e proprie no. Sicuramente difficoltà molte, anche perché il concetto ‘Fringe’ è veramente complicato da apprendere. Quando ho detto “portiamo a Catania per due settimane 54 compagnie e mettiamo in rete i teatri” mi hanno risposto che gli spazi sono i teatri che rientravano come partner, quindi già questo rappresentava una difficoltà. Alcuni hanno fatto resistenza perché sono dei microcosmi con le loro logiche, i loro conflitti, però alla fine siamo riusciti a metterli in rete, a fare spettacoli in contemporanea. Era anche questa la scommessa, e a livello istituzionale, negli uffici comunali, far capire l’importanza di tutto questo non è stato difficile. Forse ci sono riuscito grazie alla mia esperienza, al mio curriculum: mi hanno dato fiducia. Quindi non ho avuto resistenze, ma tanti dubbi sì. Però sono stati abbattuti dalla maniera in cui abbiamo spiegato tutto, invitando tutti a fare questa scommessa insieme.

Abbiamo avuto il Comune di Catania partner grazie all’economia ministeriale, e quindi si è solo seguito l’iter, senza alcuna resistenza. La Regione Sicilia ci ha dato ampia fiducia e un patrocinio oneroso. Da parte dell’Ateneo di Catania abbiamo trovato le porte aperte a una buona collaborazione, anche se i tempi dell’università sono molto lunghi e quindi non siamo riusciti a fare tutto quello che volevamo, però abbiamo iniziato un dialogo con il Rettore e con tutti gli uffici molto costruttivo. Abbiamo fatto diverse riunioni per spiegarci, e così si è piantato un ‘semino’ in tutte le istituzioni anche per sviluppi futuri. Le ringrazio tutte. Anche le ferrovie, con cui abbiamo iniziato un rapporto, perché il trasporto in città è importante, fa parte del marketing. 

Abbiamo provato a collaborare pure con l’Accademia di Belle Arti, ma i tempi non ci hanno permesso di realizzare appieno quanto previsto nella progettualità. Siamo entrati in contatto con il circuito delle librerie, con cui abbiamo iniziato un rapporto. In generale c’è stata massima disponibilità verso il festival, dunque ringrazio tutti per questa possibilità».

Com’è avvenuta l’organizzazione di quest’ampia offerta di spettacoli, sicuramente complicata da articolare e da mettere in pratica?

«L’organizzazione del Festival corrisponde a un progetto molto capillare che ho sviluppato negli anni, basato su diagrammi organizzativi ben precisi in cui nulla è lasciato al caso. Esiste un nucleo di organizzazione centrale e poi vi sono delle ‘diramazioni’ che si occupano singolarmente della parte tecnica, della promozione, della stampa, dei rapporti con il territorio. Questa è la strategia, che poggia su un organigramma che tecnicamente dovrebbe contare tra le 70 e le 80 persone. Per quanto riguarda la mia organizzazione personale mi baso sempre sul ‘materiale umano’ che ho nello staff, e non chiedo mai ai miei collaboratori di fare qualcosa che non sappiano fare».

Per la selezione degli spettacoli qual è stato il criterio adottato? Siete stati guidati dal loro successo, dalla possibilità degli artisti di raggiungere Catania o da altro?

«La scelta degli spettacoli è stata fatta attraverso un bando lanciato sui canali social dedicati al teatro indipendente, a livello nazionale e internazionale. Il bando era nato per l’edizione di Milano e avevano risposto più di 200 compagnie, a queste abbiamo chiesto se avessero voluto partecipare anche all’edizione di Catania, unendo i due festival in un unico bando. Per candidarsi le compagnie hanno proposto il loro spettacolo con tutti gli allegati necessari: video lungo e corto, sinossi, commenti della stampa, etc.

C’è stata una commissione formata da sei persone, tra registi e direttori artistici, che ha visionato tutti i 200 video. Ne sono stati eliminati circa 50-60 e i restanti sono stati divisi in categorie: monologhi, spettacoli a più personaggi, commedie, stand up, musical, tradizionali, rivisitazioni. In seguito questi elenchi di spettacoli sono stati consegnati a ogni teatro aderente al festival, e ciascuno ha scelto i propri. Quindi non siamo noi a scegliere quale teatro ospiterà un determinato spettacolo, sceglie il teatro stesso. Gli spettacoli vanno in scena dal giovedì alla domenica nell’arco di due settimane, e ogni teatro sceglie tre compagnie per la prima settimana e tre per la seconda. Queste tre compagnie si esibiscono in tre fasce orarie (pomeridiana, tramonto, sera): in contemporanea in 10 teatri abbiamo 10 spettacoli per ogni fascia oraria, per un totale di 30 rappresentazioni al giorno. A Catania erano 35 spettacoli in 12 spazi.

All’interno dello spazio, l’incasso dell’intera settimana viene diviso nelle seguenti percentuali: il 30% va al teatro, il 20% resta a noi (l’organizzazione dell’evento), e il 50% viene diviso in parti uguali alle compagnie. I viaggi, l’ospitalità e anche la SIAE sono a carico delle compagnie. Per quanto riguarda l’ospitalità abbiamo attivato la sezione “Adotta un’artista” e la città di Catania ha risposto abbastanza bene: sono stati ospitati 30/35 artisti, il che non è male come primo anno. A chi ospitava l’artista noi davamo un pass per tutte le serate dello spettacolo. Questa è stata una cosa bella e interessante, perché così l’artista arrivato in città non resta solo ma entra a casa di un cittadino, e il cittadino viene a teatro».

Perché le compagnie sono così interessate a partecipare al Fringe Festival?

«Per rodare il loro spettacolo, per fare un’esperienza umana con dei colleghi (esperienza che di solito resta circoscritta allo spettacolo, mentre qui abbiamo anche creato dei workshop), perché abbiamo dei partner internazionali che sono venuti da Avignone, Edimburgo, Praga, Cipro, Hollywood, New York, Scandinavia e alcuni degli spettacoli del nostro Fringe vengono selezionati per andare in scena in altri Fringe, intraprendendo un percorso internazionale. Altri invece intraprendono un percorso nazionale, perché dopo il Fringe vengono ospitati dai teatri del festival all’interno delle loro stagioni».

Per quanto riguarda la ricezione qual è stata la risposta del pubblico di Catania, soprattutto di quello più giovane? Ci sono stati risultati inaspettati?

«Il nostro metro di paragone era Milano, ma ogni città ha una storia a sé. Venivamo da un successo milanese i cui numeri non erano stati enormi ma nemmeno piccoli, considerando l’utenza milanese distratta da mille cose. Catania era un punto interrogativo. È stata una reazione inaspettata, perché la prima settimana la gente non capiva cosa stesse succedendo e l’affluenza non è stata esaltante. La seconda invece, dopo i primi articoli, le prime impressioni, e la qualità degli spettacoli che erano davvero belli, si è cominciato a fare il ‘gioco del Fringe’, a girare per i teatri e a parlare di quanto si era visto. 

Questo è stato bellissimo, anche perché Catania lo permette, non è grande come Milano, qui è facile spostarsi da un teatro all’altro. Anche gli universitari, i giovani, sono arrivati soprattutto la seconda settimana. Il CUT – il Centro Universitario Teatrale – è stato sempre pieno, ma ho visto universitari anche in tutti gli altri spazi del festival. Fondamentalmente non sono felice, di più! Siamo pronti per il prossimo anno. Ho anche incontrato parecchia gente che veniva da fuori per assistere al festival, da Torino, da Firenze, dalla Svizzera… Del resto Catania è piccola, bella, accogliente, a ottobre ha ancora un clima estivo, e la sua gente è disponibile. È una città ideale per il Fringe».

Ritiene che il festival produrrà effetti culturali a lungo termine nel contesto catanese, e se sì quali?

«Insieme a Francesca Vitale, che è la mia socia, direttrice artistica e co-fondatrice di tutto, abbiamo piantato un seme importante che ha già la prima foglia. È stato velocissimo, e crediamo che questa foglia diventerà una di quelle querce secolari la cui ‘ombra’ inciderà sulle future generazioni di Catania.

Attraverso il Fringe le strutture teatrali hanno capito che il teatro si fa insieme, già sono pochi gli spazi che ci sono! Per i catanesi è stata l’occasione di prendere contatto con tutte le strutture teatrali della città. Inoltre è cambiato il gusto, assistendo a queste proposte la gente si è detta “allora esiste un teatro diverso!”. Vedere la diversità del teatro Off ha stuzzicato la curiosità e la voglia di conoscerlo ancora di più. Si è mosso un senso critico, è ripartita quell’onda, soprattutto nei giovani: ho visto molti studenti con la voglia di organizzarsi per andare a teatro, cosa che non vedevo dai tempi del jazz degli anni Ottanta».

Vorremmo instaurare un dialogo duraturo tra la città, l’Università e gli artisti. Infatti adesso, spento il motore del Fringe, resta acceso quello della rassegna “Palco Off”. Arriveranno quattro spettacoli che hanno vinto il Fringe di Milano, arriverà uno spettacolo israeliano che è stato in scena a Edimburgo, arriverà Tindaro Granata, siciliano che oggi è esploso a livello nazionale e internazionale e che riporterà il suo spettacolo degli esordi Antropolaroid (in cui racconta la storia della sua famiglia al contrario), e Matthias Martelli che avevamo conosciuto a un Fringe Festival con il suo primo lavoro Il mercante di monologhi, poi incontrò Dario Fò il quale gli disse: “tu sei il mio erede”. Oggi ci porta La nascita del Giullare, tratto da Mistero Buffo di Fo e Franca Rame. In effetti, tutti gli spettacoli di “Palco Off” sono molto interessanti, e molto ben fatti».